IL GRAN DIAVOLO. Beatrice Tiberi intervista Niccolò Durante, soldato di ventura e negromante (per LIFE & STYLE Magazine)

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Ci sono personaggi che non possono e non vogliono restare tra le pagine di un libro. Anche se il libro è “Il gran diavolo” di Sacha Naspini, Rizzoli. Un romanzo storico, di ricca, varia, documentatissima aderenza all’epoca buia e corrusca delle compagnie di ventura e del mitico, ma reale e umano e vivo, Giovanni delle Bande Nere. E il capitano Giovanni di certo emerge prepotente nella narrazione, ma gli occhi, lo sguardo e i pensieri appartengono, attraverso lo stile peculiare di Naspini, a Niccolò Durante. Il serparo marsicano. A lui, quindi la parola, in un’intervista che travalica il tempo e che, come afferma Niccolò, ci conferma che tutto cambia. E non cambia niente in un’epoca, la nostra, altrettanto buia e crudele.

– Messer Niccolò, presentatevi se vi aggrada.
Sono stato sguattero di bottega e marinaio d’alto mare, viandante solitario e ragazzo di fatica. Sono stato combattente di ventura: soldato particolare del gran Capitano Giovanni de’ Medici. Ero conosciuto con il nome di Serparo Marsicano. E oggi lo posso dire: ho camminato al passo dei giganti. Ma soprattutto, sono stato e sarò sempre un devoto servitore della Dea Angizia. Di lei ho tramandato il credo, e i segreti della conoscenza.
– Nasceste povero, eppure istruito all’arte della scrittura e della lettura. Ciò vi rese diverso?
Avevo nella sacca due lame nascoste. In molte occasioni, il sapere mi è stato più utile del muovere le armi. L’attitudine al pensiero non era cosa dei mercenari: branchi d’uomini che scorrazzavano al soldo di un padrone, con la prospettiva di uno stipendio e un pasto al giorno. Veniva indicato loro il luogo del saccheggio, e quelli si accanivano, con lo sguardo inebetito dalla brama di sangue, del guadagno facile. Muli vestiti con la corazza, che spesso andavano a fare carne da macello, con la promessa di un bottino e donne da spartirsi per la notte. Fossi stato un combattente di questo stampo, forse non avrei avuto gli occhi di Giovanni de’ Medici addosso. In assenza dell’Aretino, spesso chiamava me per farsi leggere la corrispondenza. Quando fu ferito, lasciò che fosse la mia mano a vergare le lettere di risposta. Mano che impugnava la penna e la spada, con la stessa fedeltà. Saper leggere e scrivere mi rese diverso? No, mi rese unico.

– Dall’arte della guarigione e delle erbe all’arte dell’uccisione e della guerra: tradiste Angizia?
Mai. Una sera, a sette anni, prestai il mio giuramento. Eccone un passo: Come gli alberi e gli animali, mai un prescelto di Angizia saprà darsi la morte di propria mano, né farà in modo di favorirla. Ma allo stesso modo saprà toglierla con valore, come racconta la spada di Umbrone, il più amato tra i figli della dea. Ho sempre reso onore a queste parole, divenendo un combattente degno di questo nome. Con il tempo, il mio corpo si è trasformato un tempio inviolabile, dalle mura solide, le colonne salde. Custodivo i segreti della Dea Madre, ed erano giorni in cui le fiamme incendiavano ogni contrada, portando l’inferno in terra. Anche i ragazzini sapevano darti la morte, pur di strapparti di mano un tozzo di pane. Saper dare di spada, era vitale.

– Parlateci di Giovanni de’ Medici, vostro Capitano.
Aveva questo suo modo di prendere la vita sulla corazza, come uno scoglio che spezza l’onda. Questa era la sua forza. Questa, la sua debolezza. Un degno figlio di Marte. Lo sguardo fisso, l’animo fiero. Aveva un solo grande amore: le sue Bande Nere. Si schierava in capo all’armata, guidandola nel mestiere della guerra. Sultano, la sua bestia adorata, era il primo cavallo che muoveva il passo quando ci trovavamo sul ciglio di uno scontro. Ogni uomo che entrava tra le schiere, era figlio suo. Alla stessa stregua di Cosimo, il suo bambino di sangue. Un bambino cresciuto senza padre. Il Capitano Giovanni forgiava guerrieri, e trascurava la famiglia. Maria, la moglie, scriveva lettere accorate, mentre lui insisteva nel calcare i campi di battaglia. Era un Medici di nome, ma di sangue faceva Sforza. Abbandonò gli agi che gli sarebbero spettati per mischiarsi al fango dei combattimenti. Voleva impiantare uno Stato suo, ma era troppo giovane e poco portato per le strategie del potere. Inoltre, i movimenti del mondo sembravano remargli contro. Senza considerare le vipere di palazzo. Ma Giovanni non si faceva piegare: era un guerriero d’onore. I francesi ce lo invidiavano, e perfino Carlo V lo apostrofò come “il miglior soldato in circolazione nelle terre d’Italia”. Baiardo, il cavaliere senza macchia e senza paura, fu messo in fuga da lui, scappando di notte, con le braghe abbottonate a stento e l’armatura ciondoloni. Il Capitano Giovanni era un eroe. La sua morte ha risuonato nel ventre di tutti, portando al sacco di Roma. Se vuoi, ti racconto tutta la storia, così come l’ho vissuta al suo fianco…

– Conosceste gli uomini nei loro aspetti più rudi e crudeli. Non ne scapitò la stima nel genere umano?
Era un’epoca di sangue e di morte. Nei palazzi fiorivano le arti, mentre le strade erano squassate dalla peste, i borghi passati al saccheggio, le città assediate, i mari infestati dai pirati… Marciare al passo di una compagnia di ventura era l’unica scelta possibile. I viandanti avevano vita breve. Fu per questo motivo che anch’io scelsi le bande del Capitano, una volta fatto ritorno dall’oriente. Portavo con me un bagaglio di esperienze e di sapere. Fu proprio Giovanni de’ Medici a saggiare la mia spada, all’arruolamento. E lì lo vidi, per la prima volta. Come vidi i campi mercenari. Uomini simili a branchi di lupi. Tra le fila dei venturieri si nascondevano pirati di terra e assassini dal coltello facile. All’inizio, me ne stavo in disparte, e li osservavo. Vedevo gente di bassa lega, sì. Ma non c’erano alternative: o quello, o la strada, trafficata dai briganti.
Tutto questo, per dire che se nasci in un tempo in cui bisogna muovere la spada, lo si deve fare e basta. L’altra possibilità è la morte facile. Accade questo quando l’enormità della ricchezza è in mano a pochi uomini. Da una parte, una manciata di signorotti decidono le sorti del mondo, e mentre lo fanno, ingrassano le cosce. Dall’altra, la fame e gli stenti veri, quelli che ti fanno vivere alla giornata, come le bestie. Vogliono questo: vederti ignorante, e disposto a buttarti nella mischia per un paio di scarpe. Gli analfabeti sono il vero tesoro dei potenti. In questo disegno, non si può essere che crudeli. Ho conosciuto uomini terribili, è vero. Ma lo erano per necessità, per obbligo di vita. Poveracci senza scelta. Ai miei occhi, non scapitavano di stima. Al contrario, provavo solo tanta pena.

– Un solo amore di donna nella vostra vita. Perché?
Il sole sorge: perché? È così e basta. Ero appena un ragazzo, e mentre il mondo scopriva le nuove terre a Ovest, io mi imbarcavo per l’Est. Ho visto città millenarie che sorgevano dall’acqua. Le divinità portavano i serpenti ai polsi e alle caviglie. A sedici anni ho imparato a usare la spada leggera, e l’affondo era come lo scatto del cobra. Mi trovavo ai confini del mondo, eppure Angizia era lì, come un’ombra che seguiva ogni passo. Staccavo le foglie di fiori mai visti, scoprivo le spezie. Poi, un giorno, lo vidi là, il fiore più bello: Sirisha. E lo decisi all’istante: o lei o nessuna. Ma il destino si accanì, e ben presto capii che essere il prescelto della Dea Madre era una condanna, e non un dono. Ero cieco. E lo ammetto: vacillai nella fede. Tuttavia, c’era un disegno più grande in serbo per me. Dovettero passare molti anni di sofferenze, lotte e privazioni. È scorso molto sangue su questo pettorale. Poi, la strada si è illuminata di colpo. Come dopo la notte più buia, quando d’un tratto il sole sorge. Sirisha. Le altre donne sono state niente.

– Nel riporre la spada e ritrovare la via della sapienza, cosa vi mancò di più?
Anche nei periodi di pace, mi piaceva ritirarmi nei boschi, in cerca di erbe e bestie striscianti. Penso ai giorni in cui con il gran Barbagelata ci fermammo in quel di Terrarossa, per esempio. Ampliare e trascrivere le pagine del ricettario è il primo compito di un discepolo di Angizia. Tramandare le arti curative, lo studio sui veleni… Questo era il mio destino. Ma senza la spada, sarei stato niente. I martelli dei lanzi avrebbero spazzato via anche me nello scontro della Bicocca.

– Se i vostri serpenti vi parlassero ancora, quale messaggio trasmetterebbero a questi nostri tempi oscuri?
Cambia tutto, e non cambia niente. Ma più di ogni altra epoca, in questa vostra insiste l’inganno dei potenti. Vedo mercenari d’ogni leva che invadono le strade. Giovani che abbandonano le case non per spirito di avventura, ma per necessità nera. A differenza dei guerrieri di un tempo, i vostri lasciano le famiglie carichi di studio, ma finiscono a lavare le latrine, allo stesso modo. I più fortunati, vengono presi sotto stendardi terribili, in cambio di pochi soldi e con la prospettiva di essere ributtati in strada dalla sera alla mattina. Le banche sgozzano i vecchi a cielo aperto, vendono illusioni ai ragazzi senza nerbo, che si lasciano ammaliare dalla prospettiva inutile di un cravattino blu, andando in giro come impiccati. Cambia tutto, e non cambia niente. Ma per domani, le mie bestie promettono bel tempo…

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